Il 3 novembre tutti gli elettori statunitensi saranno nuovamente chiamati a votare. Verrà rinnovato per il intero il Congresso e poco più di un terzo del Senato: “Due seggi in più di quanto previsto – ha sottolineato Riccardo Alcaro, analista dell’Istituto Affari Internazionali (Iai) – perché al Senato ci sono anche le suppletive in almeno due collegi”.
Si vota quindi per il rinnovo di buona parte del parlamento, a due anni esatti dalle elezioni presidenziali che hanno incoronato Donald Trump nel 2024. Non a caso, il termine usato tradizionalmente è quello di “midterm election”, elezioni di metà mandato. E mai come oggi si tratta di un vero e proprio referendum sull’attuale inquilino della Casa Bianca. Ne è convinto Alcaro, il quale ai nostri microfoni ha risposto ad alcune delle principali curiosità sul voto che potrebbe cambiare il corso dell’era Trump.
“Il voto sarà un referendum su Trump – spiega Alcaro – proprio perché lo stesso Trump lo ha concepito così, tanto da richiamare i suoi elettori al voto dicendo di andare alle urne come se il suo nome fosse sulla scheda”. Le midterm, del resto, sono sempre state viste come un test per l’amministrazione in carica, la quale si gioca la possibilità di controllare il Congresso e di avere quindi una maggioranza parlamentare.
Elemento non da poco ovviamente nel sistema statunitense, sia in termini politici che pratici: “Trump arriva al voto dopo aver conquistato nel 2024 la trifecta, ossia la convergenza dello stesso colore politico alla Casa Bianca, alla Camera dei Rappresentanti e al Senato – prosegue Alcaro – dovesse perdere almeno una delle due camere, per lui arriverebbero non pochi problemi”. I sondaggi, per il momento, non sembrano premiare il tycoon: il Partito Democratico dovrebbe scalzare dalla maggioranza il Partito Repubblicano alla Camera, mentre al Senato è ancora partita aperta.
“Una volta preso il controllo in uno dei due rami del parlamento – commenta ancora l’analista dell’Iai – i democratici proverebbero a ridare nuovamente centralità al Congresso, poco produttivo negli anni del trifecta trumpiano e spesso scavalcato dalla Casa Bianca”. Proprio l’equilibrio dei poteri potrebbe essere una delle chiavi di volta per capire i temi in ballo nelle midterm.
“A suo modo, la presidenza Trump può definirsi storica – spiega Alcaro – se consideriamo il termine ‘storico’ nella sua accezione volta a spiegare la capacità trasformativa di un’amministrazione. A prescindere poi se le trasformazioni siano un bene o un male, ovviamente”.
Secondo Alcaro, la pressione di Trump sul Congresso, la sua volontà di superare e quasi archiviare i tradizionali equilibri costituzionali a vantaggio di un sbilanciamento verso la Casa Bianca, costituiscono elementi di profonda trasformazione. Un cambiamento che, con molta probabilità, lascerà una traccia. E qui il pensiero non può che andare anche verso il 2028: “Il prossimo presidente, a prescindere dal partito di appartenenza, dovrà probabilmente governare con una certa discontinuità rispetto all’uso del linguaggio – spiega Alcaro – perché non potrà permettersi di avere lo stesso numero di controversie e di scandali che Trump ha potuto sopportare grazie al suo carisma. Ma potrebbe, a livello di policy, provare una certa continuità sotto la tentazione di promuovere la Casa Bianca quale unico baricentro decisionale”. Una mossa, fa ben intuire Alcaro, che potrebbe essere fatta anche da un democratico. Il precedente di Trump, in poche parole, potrebbe essere difficile da spazzare via.
Tornando alle midterm, per l’analista l’attuale presidente è ben consapevole dei sondaggi: “Del resto – dichiara Alcaro – Trump guarda molta tv, sa bene che la sua popolarità è in discesa”. Eppure, secondo gli ultimi dati emersi, i repubblicani non hanno speso molto per la campagna elettorale e lo stesso Trump è sembrato a tratti disinteressato. Forse c’è di fondo un pragmatismo che ha portato i repubblicani a mettere in conto l’inevitabile sconfitta, oppure all’orizzonte la sconfitta potrebbe paradossalmente ridare ancora più fiato alla retorica trumpiana.
“Io sono convinto che Trump contesterà il voto se la vittoria democratica risulterà piuttosto ampia – commenta Alcaro – farà come nel 2020, quando ha contestato la regolarità di quel voto presidenziale e ancora oggi si dice convinto che Biden lo ha battuto con dei brogli. Non eviterà l’insediamento della nuova Camera, ma nei prossimi due anni ne contesterà la legittimità e questo scaverà altri solchi tra cittadini e istituzioni e non farà altro che aumentare la polarizzazione dell’elettorato”.
I motivi dell’impopolarità di Trump e della sua possibile sconfitta alle midterm, vanno ricercati in un mix di cause che convergono tutte a sfavore dell’attuale presidente: il carovita, con i prezzi di benzina e gasolio alle stelle, l’aumento dell’inflazione e la guerra in Iran, tanto impopolare quanto ritenuta causa dei primi due problemi. Qui si innestano quei paradossi che potrebbero costare a Trump il controllo di almeno una delle due camere: “Aveva promesso una battaglia contro l’inflazione e ha fatto del tema uno dei suoi baluardi nel 2024 – ricorda infatti l’analista dell’Iai – e aveva promesso un ridimensionamento degli impegni internazionali, ma gli americani si ritrovano con prezzi più alti e con una guerra in Iran mai compresa”.
I democratici, dal canto loro, fiutano aria di vittoria. Ma vien da chiedersi come il partito si sta organizzando soprattutto in vista dell’appuntamento elettorale più importante, quello delle presidenziali del 2028. Nei mesi scorsi, hanno suscitato scalpore gli orientamenti emersi nelle primarie. Lì dove sono state registrate le vittorie di candidati più di sinistra e anti establishment: “Certo – risponde Alcaro – la vittoria di una personalità come quella di Abdul El Sayed in Michigan ha rappresentato un fatto eclatante. L’esposizione mediatica della sinistra del Partito Democratico non deve però trarre in inganno, non coincide con una certa egemonia di cui si inizia molto a parlare. Il discorso è molto semplice: la sinistra avanza, ma ancora non controlla il partito”.

Nelle midterm, tra le fila democratiche, potrebbero emergere nomi importanti in grado poi di competere nel 2028. Uno su tutti, secondo Alcaro, è quello del senatore georgiano Jon Ossoff, visto da molti come volto spendibile per la Casa Bianca. Ci sono poi i governatori, come il californiano Gavin Newsome o J. B. Pritzker dell’Illinois. Senza dimenticare outsider come Alexandria Ocasio-Cortez, molto popolare tra i riformisti: “Ma è ancora presto – chiosa Alcaro – dopo le midterm entrambi i partiti rifletteranno molto sul da farsi”.
Mauro Indelicato




